di Marco Marchesini

Il 7 aprile viene diretto un attacco a Douma, una città a dieci kilometri da Damasco. Le primissime fonti parlano già di decine se non centinaia di morti fra i civili. Si sospetta nuovamente l’uso di armi chimiche. A volerlo pare essere stato Bashar al-Assad, presidente siriano, nel tentativo di colpire i ribelli. Esattamente una settimana dopo, nella notte del 14 aprile, gli Stati Uniti dirigono un attacco, insieme a Francia e Inghilterra, verso le basi che avrebbero fabbricato le bombe sporche. I motivi delle recenti ingerenze internazionali sul suolo siriano non possono non rievocare i sentori dell’invasione irachena del 2003. Con la differenza che, questa volta, il sospetto sembra essere confermato.

In Siria da anni si tende un filo sottilissimo che di mese in mese si allunga sempre di più, e rischia ogni volta di raggiungere il punto di rottura. A tirare, da una parte, sappiamo esserci la Russia, l’essenziale alleato del presidente siriano, forte anche dell’appoggio di Teheran. All’altro capo, in prima linea, ci sono gli Stati Uniti, che traina l’occidente e gli alleati NATO. Gli ultimi interventi, a detta degli esperti, sarebbero in realtà esigenze di Riad e Israele, uno alleato fondamentale (non solo economicamente, dato che l’Arabia Saudita è il primo importatore di armi statunitensi) contro il tentativo di dominazione iraniana che mina i rapporti USA in Medioriente; l’altro, alleato storico e roccaforte indispensabile. Le pressioni dall’Arabia sembrano trascinare anche la Francia in questo folle tiro alla fune. Parigi, agendo contrariamente alla visione europea che esige diplomazia, si è lasciata trascinare dall’archetipica volontà di prestigio internazionale (ricordiamo che la Siria fu un’ex colonia francese) oltre che dalla necessità di mantenere saldi i rapporti con Riad, anche qui in prima linea sul registro dei clienti di armamenti francesi. Infine c’è l’Inghilterra, che sembra prediligere il tiro alla fune, piuttosto che rischiare di fossilizzare l’opinione pubblica sulle assurde conseguenze (economiche e non) delle Brexit.

Strategicamente, questo attacco, togliendo i risvolti pratici e immediati (la distruzione dei laboratori di armi chimiche), sembra essere piuttosto inutile. Trump sembra non avere ancora una tattica ben definita, un progetto risolutivo, nonostante <<la posta in gioco sia davvero alta>>, come suole ripetere. Raid isolati come questo, o quelli dello scorso anno, non risultano né di un coinvolgimento vero e proprio degli Stati Uniti in Siria (cosa che non conviene, data l’attuale presenza di duemila militari americani), né il rallentamento dei progetti di Russia e Iran che puntano a fare di Damasco la propria roccaforte mediorientale, in grado di tallonare Israele e la NATO. Londra ha dichiarato di non voler attaccare i russi, che infatti sono stati avvertiti prima dell’attacco, e nemmeno i siriani, di cui appunto non si registrano perdite, né fra i civili né fra il corpo militare.

Nel frattempo l’Europa invoca una soluzione diplomatica debole e irrealizzabile, dati anche i recenti attriti con i diplomatici russi. In un’Italia senza governo, invece, si rimane ancora in balia degli sconvolgimenti in Medioriente, sempre più indipendenti dalla sua volontà e dal suo controllo. Gli eterni perdenti, sempre più dilaniati da quel sottile filo, teso e tagliente come lame di rasoio, sono i civili siriani, le donne e i bambini di cui tanto si parla, ora che finalmente la crisi può essere politicizzata dai governi occidentali. La Siria si rivela ancora una volta un semplice campo di battaglia dove ognuno combatte per i propri interessi e questo attacco è solo un ennesimo oscillamento di un filo tirato al limite e che rischia di spezzarsi. Nel frattempo sono sette anni che il popolo siriano soffre una guerra feroce di cui non ha colpa se non quella di essere nato in un punto geograficamente goloso per le grandi potenze internazionali.